confcooperative-beneventoC’è da rimboccarsi le maniche per fronteggiare i problemi irrisolti e per dare seguito alle nuove disposizioni regionali sul ciclo integrato dei rifiuti urbani (legge regionale n 5 del 24 gennaio 2014 “Riordino del servizio di gestione rifiuti urbani e assimilati in Campania”). È quanto in estrema sintesi è emerso, non senza polemiche, durante il workshop tematico organizzato da Confcooperative Benevento, presso il Museo del Sannio lo scorso venerdì 7 febbraio.  L’Unione provinciale ha voluto far luce sul ruolo dei comuni nel nuovo assetto tracciato dalla Regione e individuare i margini di intervento e di lavoro per la cooperazione. Secondo la nuova legge, saranno i Comuni a detenere la regia di tutto il ciclo integrato: dalla raccolta all’impiantistica. Essi, organizzati in Ato (Ambiti territoriali ottimali) a loro volta suddivisi in Sto (sistemi territoriali operativi), dovranno bandire gare e creare economie di scala, uniformando i sistemi di raccolta, i costi e la tassazione. Un’organizzazione rivoluzionaria che può offrire ulteriori spazi interessanti per le cooperative, pronte ad affrontare la sfida.

Per la cronaca del workshop rimandiamo ad un articolo di Nicola De Ieso, responsabile Ambiente Confcooperative Benevento, cooperatore e giornalista, pubblicato su Il Sannio quotidiano del 9 febbraio 2014.

Uno tsunami di questioni irrisolte sta per abbattersi sui Comuni campani, e in particolare su quelli sanniti, ma la sensazione è che la gran parte dei sindaci non abbia ben afferrato la serietà della situazione. È quanto emerso plasticamente dal workshop sulla nuova legge regionale che ridisegna i poteri di gestione del ciclo integrato dei rifiuti urbani, che si è tenuto venerdì sera al Museo del Sannio. Ad organizzarlo non sono stati gli enti locali né i partiti, ma Confcooperative Benevento, a cui va riconosciuto grande coraggio. Un segnale che dimostra quanto sia necessario affrontare un problema ormai cronicizzato mettendo insieme più punti di vista. Così come le imprese cooperative, ad essere preoccupati per come andranno le cose sono anche altri settori produttivi – in primis l’agricoltura – così come i sindacati, le associazioni ambientaliste, i comitati di cittadini. Questa nuova legge ha due punti fermi: primo, non si torna indietro; secondo, le decisioni stanno tutte in capo ai sindaci e alle amministrazioni locali.

confcooperative-beneventoSu questi elementi si sono susseguiti – dopo il saluto iniziale del presidente di Confcooperative, Rino Di Domenico – gli interventi di tre protagonisti della nuova legge. La relazione introduttiva è toccata a Luca Colasanto, presidente della Commissione Ambiente della Regione Campania, che da agosto a metà gennaio ha seguito l’iter della discussione fino a raggiungere l’unanimità su un testo più asciutto rispetto all’ipotesi iniziale. “Questa legge – ha spiegato Colasanto – colma finalmente un vuoto, a cui l’Europa ci ha chiesto di rimediare, pena l’esclusione dai fondi. A decidere le sorti del territorio saranno gli amministratori locali. C’è una tempistica stringente che prevede una tagliola: se i sindaci non rispetteranno le scadenze, la Regione interverrà con poteri sostitutivi. Una misura utile a scoraggiare chi volesse fare melina. In coscienza credo di aver fatto tutto il possibile per poter portare a termine una buona legge”.

A testimoniare il lavoro dell’opposizione è stata il consigliere Giulia Abbate, che ha spiegato come questo testo sia stato votato e condiviso da tutte le componenti politiche in Consiglio regionale. Un passaggio in particolare ha riguardato i lavoratori degli ex Consorzi, che fin dall’inizio del dibattito hanno monopolizzato l’attenzione di una sala con un’ampia presenza di amministratori e sindaci. “In questa legge – ha spiegato Abbate – è contenuto un vincolo che abbiamo voluto tutti per chiudere per sempre una vicenda inaccettabile. I nuovi Ato nell’affidare i servizi avranno l’obbligo di riassorbire i lavoratori degli ex Consorzi”. Dopo un battibecco infuocato con la nutrita rappresentanza di ex dipendenti, che hanno chiesto chiarimenti sui fondi promessi dal Governo per finanziare la transizione, Abbate ha precisato: “La legge va per la sua strada e i fondi chiesti al ministro Orlando per un’altra. Non è vero che i soldi non ci sono. Da parte nostra abbiamo fatto tutto quanto era in nostro potere. Il governo dovrà dare risposte. Per i lavoratori sanniti c’è una condizione di estrema necessità, ben peggiore di altre province. Con il presidente Colasanto continueremo a spingere per trovare una soluzione”.

Poi è stata la volta di Fausto Pepe, il sindaco a cui la legge assegna la guida dell’Ato e che avrà il compito di convocare la prima riunione della Conferenza d’Ambito. Pepe ha espresso perplessità sugli strumenti finanziari e sulla capacità dei Comuni di rispettare le scadenze. “Questa nuova norma – ha sottolineato – ci arriva addosso come altre decisioni del passato e recenti. Ci ritroviamo in mezzo al guado e dovremo comunque arrivare dall’altra parte. In questo momento ci troviamo a combattere con una situazione difficile. L’introduzione della Tares ha accresciuto la tassazione e quanto contenuto nella nuova legge rischia di aggravare ulteriormente i costi. C’è ad esempio il problema dell’impiantistica, che oggi ci costringe a pagare il doppio per lo smaltimento dell’umido, anche oltre i 140 euro a tonnellata (in verità il sindaco ha detto al quintale, ma è stato un evidente lapsus, ndr). Non voglio prendere in giro nessuno e credo che ci vorrà ancora molto tempo per portarla a compimento”. Le parole di Pepe hanno scatenato le contestazioni degli ex lavoratori, che hanno accusato proprio i sindaci sanniti di aver creato i presupposti della loro condizione, tagliando fuori i Consorzi dalla gestione e omettendo anche di versare le loto quote.

A spiegare che una gestione virtuosa è possibile ci ha pensato Giovanni Santorelli, esperto di ottimizzazione di sistemi di raccolta differenziata. Al momento svolge un lavoro consulenziale su dieci Comuni sanniti, prevalentemente in valle caudina. Qui la differenziata è schizzata al 90%, con il caso eclatante di Paolisi, quarto in Campania con il 92. Riducendo il rifiuto tal quale da trattare allo Stir di Casalduni (a 120 euro per tonnellata), la cooperativa Ecogida è riuscita a creare 15 posti di lavoro, persone addette al controllo e ad attività di sensibilizzazione.

La discussione si aperta poi agli interventi, in un clima teso come era prevedibile, ma è andata avanti anche grazie al lavoro pregevole e intelligente degli uomini della polizia e dei carabinieri. Nel merito delle cose da fare è entrato soprattutto il sindaco di Cerreto Sannita, Pasquale Santagata, che ha chiesto al collega Pepe di avviare al più presto un confronto per stilare il piano industriale del nuovo Ato.

Sull’impiantistica ci sia consentita una breve riflessione. In questa fase di transizione la Provincia sta portando avanti un piano supportato dalla disponibilità di quasi 11 milioni di euro. Ai dieci confermati si è aggiunto infatti quasi un milione per adeguamenti strutturali allo Stir proprio per il trattamento dell’umido. E proprio a Casalduni la Samte ha rimesso in moto un progetto dimenticato e osteggiato per realizzare un biodigestore da 30mila tonnellate annue, in project financing con investitori privati. In più va aggiunto un biodigestore da 6mila tonnellate che sorgerà a Molinara, per una spesa di 5,5 milioni di euro di risorse pubbliche. Quantità che sommate soddisfano largamente il fabbisogno di tutta la provincia. Gestendo con il resto dei soldi i disastri di Sant’Arcangelo e Tre Ponti, le condizioni per un’impiantistica efficiente ci sono tutte. Bisogna capire ora se i sindaci sanniti vorranno essere classe dirigente o semplici gestori della cosa pubblica.